Storia e caratteristiche degli orologi subacquei

Importanti anche fuori dall’acqua.

Circa il 70% della superficie del pianeta nel quale viviamo è coperta d’acqua ma, al di la del fatto che tu viva in luoghi di mare o che lo veda una volta all’anno per le vacanze estive, una cosa è certa: L’acqua ci circonda e non solo in forma liquida.

Se sei un appassionato di orologi forse ti sarà capitato di guardare il polso e notare un’ombra biancastra dai riflessi arcobaleno sotto il vetro di un tuo segnatempo. Si tratta della famigerata condensa e non è un buon segnale poiché significa che una certa quantità d’acqua o di umidità è penetrata nell’orologio realizzando un ristagno che, a seconda della quantità, presto o tardi (più presto che tardi) farà seri danni alla meccanica ma, anche, all’estetica di quadrante e lancette. Un evento che può accadere non necessariamente a contatto con l’acqua ma anche in luoghi umidi, dai monti innevati, fino alle calde coste del sud.

Quali e quando servono.

Le origini.

E fu proprio questa condizione a spingere i pionieri e gli esploratori del XIX secolo a commissionare orologi in grado di resistere alle condizioni atmosferiche e di garantire un’indicazione del tempo certa in condizioni estreme. Si trattava, per lo più, di orologi da tasca coperti da piccole capsule che li proteggevano e che rappresentarono l’embrione dello sviluppo dell’orologeria subacquea moderna. Con l’avvento del XX secolo e delle prime esplorazioni marine, dal mondo terrestre l’attenzione verso l’orologeria iniziò a spostarsi sotto il pelo dell’acqua.

Il palombaro, un mestiere rischioso.

Col diffondersi delle immersioni profonde dei palombari, i cui scafandri venivano alimentati con aria di superficie, presto si scoprì che di immersioni si poteva morire. Gli esseri umani potevano permanere in immersione solo per limitati periodi correlati alla profondità marina raggiunta. Si scoprì, infatti, che la pressione dell’acqua sul corpo determina un incremento della pressione dei gas disciolti nel sangue che formano bolle potenzialmente responsabili di ostruzione vascolare a seconda delle loro dimensioni (generalmente capillari periferici più frequentemente a livello cerebrale, renale, cutaneo; più raramente possono essere coinvolti cuore, polmoni e midollo spinale). La soluzione fu quella di creare dei mix gassosi atti a modificare le concentrazioni ematiche dei gas (in particolare incremento dell’azoto a scapito dell’ossigeno che ad alte pressioni risulta peraltro tossico) che avrebbero consentito al subacqueo di poter pressurizzare il corpo permettendogli di prolungare la propria permanenza in profondità. Ciò consentì di migliorare le performance subacquee sia in termini di massima profondità raggiungibile che di tempo di permanenza in acque profonde.  In fase di emersione il subacqueo avrebbe dovuto poi “purificarsi” rispettando delle tappe di decompressione secondo tabella (curve di decompressione) correlate per durata e quota di stazionamento alle caratteristiche dell’immersione eseguita. Capiamo, quindi, l’importanza fondamentale di realizzare orologi che, oltre che impermeabili, fossero veri e propri strumenti per il subacqueo.

I primi passi nella storia  e l’evoluzione bellica.

Tra i primi eventi storici nell’evoluzione dell’orologeria subacquea di cui abbiamo memoria c’è sicuramente la traversata della Manica compiuta il 7 ottobre 1927 dalla nuotatrice inglese, Mercedes Gleitze, con un Rolex Oyster appeso al collo. Dopo più di 10 ore nell’acqua gelida, l’orologio rimase sigillato e funzionante. L’anno prima Rolex aveva acquisito il brevetto “Oyster” e non perse tempo a pubblicizzarlo con un evento di portata mondiale. Dovremo però aspettare a qualche anno dopo, il 1932, quando Omega realizzò il primo orologio subacqueo di diffusione commerciale. Si chiamava Omega “Marine” e aveva una cassa rettangolare brevettata a doppio scorrimento e rimovibile. Dopo una serie di prove in Laboratorio a Neuchâtel, nel maggio 1937, l’orologio fu certificato in grado di resistere ad una pressione di 1,37 Mpa, equivalente a una profondità di 135 m, senza alcun problema di tenuta.

Contemporaneamente, nel 1935, a seguito di una richiesta dalla Regia Marina Italiana, la fiorentina Panerai, azienda specializzata nella creazione di attrezzature subacquee militari, chiese aiuto a Rolex per realizzare un orologio subacqueo con indici e lancette luminosi per scopi operativi. Il primo “Radiomir vide la luce nel 1936 con cassa e movimento Rolex.

La risposta militare statunitense si chiamava Canteen, per via della soluzione di chiusura delle corone con un tappo molto simile a quelli delle borracce. Questi orologi erano prodotti dalle principali aziende orologiere di bandiera americane: Elgin, Hamilton, Bulova e Waltham. Sempre in ambito militare va ricordato il tentativo da parte di Longines di creare un suo strumento di misurazione del tempo su richiesta della Royal Navy inglese per i propri assaltatori. Nacque un orologio di grandi dimensioni con tecnologia simile ai Canteen americani che fu prodotto in una manciata di unità.

Il dopoguerra.

Superati lo strazio e le fatiche della seconda guerra mondiale, la conquista degli abissi non fu più solo retaggio militare e professionale con una graduale ma grande diffusione degli sport acquatici anche in ambito civile. Questa nuova moda, incentivata anche dal grande risalto mediatico dei documentari di Jaques Cousteau, portò le case orologiere a produrre un gran numero di orologi subacquei iniziando una vera e propria corsa per la modernità che vide, negli anni ’50, decine e decine di modelli di orologi subacquei prodotti. Una modernità che passava per una nuova concezione di orologio subacqueo fatto per accompagnare il sub nelle immersioni e nelle decompressioni grazie a ghiere di misurazione dei tempi di immersione, quadranti luminosi e capacità di resistenza all’acqua sempre maggiori. Tanti furono i tentativi di innovare, dalle casse monoblocco alle famose casse Super Compressor, dalle corone a pressione alle corone a vite, anche se la soluzione della vite vinse per economia e praticità sia nei fondelli che nelle corone. Erano arrivati i danzanti anni ’60 e, contemporaneamente alla corsa allo spazio, ci furono i primi tentativi di vivere sotto il mare sperimentando le reazioni del corpo umano alla vita in profondità in vere e proprie abitazioni pressurizzate. Si scoprì così che l’elio usato per le miscele da respirare in profondità aveva il “difetto” di riuscire a entrare anche attraverso le guarnizioni ermetiche all’acqua, facendo letteralmente esplodere gli orologi in emersione. Fu così che Doxa e Rolex inventarono la valvola per il rilascio dell’elio per immersioni in saturazione la cui unica alternativa venne inventata da Seiko tramite l’adozione di una guarnizione a L che riusciva a impedire il quasi totale ingresso dell’elio dentro la cassa rendendolo innocuo. Da allora la strada per la conquista degli abissi da parte dell’orologeria sarebbe stata in discesa. Gli orologi subacquei vennero man mano arricchiti di funzioni quali scale per il calcolo dei tempi di decompressione, moduli cronografici, svegliarini per segnare l’ora della risalita, diventando dei veri e propri computers analogici. Il Boom delle vacanze al mare e degli sport acquatici, anche per i non professionisti, portò all’avvento dei così detti Skin Divers, orologi dai colori sgargianti, con un ampio ventaglio di disponibilità, qualità e prezzi, fatti per essere portati “sulla pelle”, come dice la parola stessa, anche per chi andava al mare senza muta, per un tuffo con gli amici piuttosto che per andare a pesca.

Dall’avvento del digitale a oggi.

L’avvento dei calibri elettromeccanici, diapason, al quarzo, led e lcd non fece che aumentare il ventaglio di possibilità nella scelta e nella sperimentazione.  Un’altra svolta importate nella catena evolutiva dell’orologeria subacquea avvenne nel 1983, quando la US Navy Experimental Diving Unit testò 6 orologi digitali per l’assegnazione ai reparti UDT della Marina Militare degli Stati Uniti, aprendo di fatto nuovi scenari.

Nel 1996, l’ Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione (ISO) decise che era il momento di introdurre una norma specifica e moderna per determinare le caratteristiche degli orologi subacquei realizzando standard internazionale conosciuto come ISO 6425.

Seppure, ormai, la maggioranza dei subacquei utilizzi complessi computer da polso, gli orologi subacquei sono ancora comunemente utilizzati in immersione, non solo dai nostalgici ma come strumenti di backup in caso di emergenza.

Ma fino a che profondità può arrivare un essere umano?

Il record della più profonda immersione in mare con bombole è stato raggiunto dal subacqueo militare egiziano Ahmed Gabr, sceso a una profondità di 332,35 metri nel largo di Dahab, nel Mar Rosso. L’immersione, che ha richiesto anni di preparazione, è durata 13 ore e 50 minuti. Per battere il record di profondità ci sono voluti “solo” 14 minuti, mentre tutto il resto del tempo è servito per completare la risalita con oltre 60 bombole impiegate durante il processo di decompressione.

Mentre è stato l’austriaco Herbert Nitsch a battere il record mondiale di Apnea, disciplina che necessita di straordinarie doti fisiche e mentali, che il 6 giugno 2012 è riuscito ad arrivare a 253 metri sotto il livello del mare. Per conquistare il prezioso risultato Nitsch ha rischiato la morte per via di un malore che l’ha costretto a un trattamento in terapia intensiva.

Ma è stato nel 1992 che la Comex, azienda francese specializzata in immersioni, ben nota anche nel mondo dell’orologeria subacquea, ha condotto una serie di immersioni sperimentali fino a 650 metri di profondità in acqua salata da una camera di ricerca iperbarica. Per due ore, un sub  è sceso addirittura a 701 metri, raggiungendo così la massima profondità mai provata da un essere umano ad oggi.

Quindi la risposta è sì, gli orologi subacquei estremi possono servire per usi concreti!

La norma ISO 6425

Ma un orologio subacqueo non è semplicemente un orologio impermeabile, deve invece rispettare uno standard appositamente creato di cui l’ultimo aggiornamento risale al 2018. È il famoso standard ISO 6425.

Secondo le regole redatte dall’International Organization for Standardization, che prevedono specifiche e test ferrei per poter fregare un orologio della prestigiosa scritta “DIVER’S”, lo strumento deve, anzitutto, includere un indicatore del tempo di immersione, come una lunetta girevole o un display digitale. In caso di lunetta girevole essa dovrà avere chiaramente visibili 60 tacche per i minuti, un dot luminoso e dovrà avere un sistema di blocco di sicurezza. La maggior parte degli orologi sul mercato presentano una lunetta che funziona in solo senso antiorario, soluzione non casuale in quanto, in caso di attivazione accidentale, lo spostamento andrà a togliere minuti all’immersione invece che aggiungerne, evitando che il sub abbia problemi con le scorte di ossigeno o con i tempi di risalita.

Molto importante è un indicatore che l’orologio è in funzione che deve essere visibile anche nell’oscurità totale e che, di solito, è ottenuto con una lancetta dei secondi con un punto luminescente all’estremità.

Ma la visibilità sott’acqua è fondamentale per tutti gli elementi che garantiscono la lettura del tempo.  Per questo l’orologio dovrà essere perfettamente leggibile a una distanza di 25 cm al buio per almeno 180 minuti dopo l’esposizione alla luce con particolare attenzione alle lancette di ore e minuti che devono essere grosse, luminosissime e diverse l’una dall’altra per non essere confuse.

Contrariamente a quanto molti pensano, un orologio subacqueo può essere resistente anche a “soli” 100 metri di immersione marina, a seconda dell’uso ma l’impermeabilità dichiarata verrà sempre testata al 125%. Il 25% in più è frutto di un calcolo matematico che considera il movimento dinamico del subacqueo che andrà necessariamente ad aggiungere pressione ulteriore alla cassa rispetto all’indicazione di resistenza ottenuta lasciandola ferma in profondità.

Un orologio subacqueo dovrà poi avere fondello e corona chiusi a vite, aspetto tecnico che non serve ai fini dell’impermeabilità, che invece si ottiene tramite le guarnizioni di gomma, ma per evitare aperture accidentali in immersione.

Discorso a parte merita la valvola per la fuoriuscita dell’elio, funzione necessaria per le immersioni “in campana” dette anche “in saturazione”. Si tratta di quel tipo di immersioni che prevedono che il sub venga trasportato in profondità in un ambiente asciutto (la campana, appunto). La campana viene pressurizzata con specifiche miscele di ossigeno e elio che, essendo molto sottile, riesce a penetrare nelle normali guarnizioni portando a una probabile rottura dell’orologio una volta rientrato il subacqueo in superficie per effetto della dilatazione del gas. Grazie alla valvola, invece, il gas uscirà senza arrecare danni meccanici all’orologio. Alternativa a questo sistema è stata trovata dalla giapponese Seiko che, attraverso l’impiego di speciali guarnizioni a forma di L riesce a contenere quasi totalmente l’ingresso dell’elio nella casa rendendo le quantità all’interno residuali.

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